STRABISMI 1

Numero dedicato alla 55 Biennale d'Arte di Venezia


In questo numero contributi di: Ermanno Cristini, Mattia Cappelletti, Luca Scarabelli, Cecilia Guida, Sergio Breviario, Jean Marie Reynier, Alessandro Castiglioni.


GROSSE FATIGUE

Il gusto dolceamaro di prigri visionari

di MATTIA CAPPELLETTI

 

Nel contesto postmoderno di evaporazione delle ideologie e appiattimento del vernacolare, due tendenze opposte complicano spiriti reazionari e riformisti nel loro rapporto con la rappresentazione della cultura. Da una parte la difesa delle tradizioni e conoscenze specifiche si presenta come lecita conservazione della storia, strumento di resistenza alla globalizzazione, puro buon senso, dall’altra il tentativo di accorpare sotto un’unica egida il diverso cela un positivismo progressista da cui la ragione mette in guardia ma che il cuore desidera.

L’opera che, al Palazzo Enciclopedico di Gioni, incorpora al meglio questa dicotomia, pur schierandosi per un sincretismo che i tendenziosi definiranno New Age, è Grosse Fatigue di Camille Henrot. In questa costellazione audiovisiva scienza e religioni, creazionismo ed evoluzionismo, natura e tecnologia sembrano vivere insieme in un’armonia che mai appare forzata, unica utopia di un sistema di pensiero che ne decretò la morte.

Se razionalmente contemplo Grosse Fatigue con scetticismo, il mio spirito conosce solo eccitamento ed estasi della forma. Disconosco tiepide teorie “radicanti”  e bramo la mescolanza definitiva che la mia natività digitale ha promesso. Desidero l’orgia delle teorie e delle fedi, mentre ammiro soddisfatto l’avvenuta ibridazione delle immagini.

Non come nel “mondo sulla Terra”  di Henrot, alla tensione della creazione non faccio seguire solitudine, ma il gusto dolceamaro di un’ingenuità positiva e mi consolo con la compagnia di una generazione di pigri visionari.

 

Nicolas Bourriaud, The Radicant, New York, Lukas & Sternberg Press, 2009

Hannah Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 2000

 


DA VINCI

di CECILIA GUIDA

 

D

a Vinci, il film di Yuri, era ai titoli di coda, la piccola stanza buia era piena di visitatori, molti in piedi, io trovai un posto in prima fila, accanto a un uomo calvo con gli occhiali tondi. Dopo un minuto al massimo il film riprese con le immagini della sala operatoria, dell’équipe medica, del robot e dell’intervento. L’uomo parlava a voce bassa (ma io potevo sentirlo) a una ragazza che gli era seduta a fianco e della quale io riuscivo a vedere solo il profilo. La sua voce era seducente, chissà se i due si conoscevano già o si erano incontrati lì, al buio, per la prima volta. Lui, sicuramente medico, forse oncologo, mentre le immagini si alternavano sullo schermo, teneva una sorta di lezione di anatomia, spiegando con precisione i movimenti a scatti del robot nell’addome e nominando quelle parti del corpo sconosciute e invisibili. E, a un certo punto, le disse ‘Penso che il paziente abbia un tumore al pancreas’. Lei, forse studentessa dell’Accademia, critica d’arte o artista pittrice, lo seguiva in silenzio. Ma, alla fine, commentò ‘Il gesto del medico è molto simile a quello del pittore quando tiene il pennello tra le dita. Il film vuole porre l’accento sul parallelismo della tecnica (possibilità d’errore compreso) e dell’impegno richiesti tra medicina e pittura e arte in generale, e vuol essere un elogio contemporaneo di entrambe.’

Il medico e la ragazza erano la didascalia dell’opera e i miei pensieri dopo la visione.


MARK MANDERS

Mind Study 2010-2011

di LUCA SCARABELLI

 

Un grande tavolo che potrebbe essere la coperta di una nave, con una prua da cui esce imponente una sirena con il volto rivolto verso il cielo. Ma anche no.

Corde tese articolate in congiunzioni prospettiche, contrappesi, lacci, tensioni, simmetrie, sospensioni. Il vocabolario da sfruttare è molto ampio per raccontare questo lavoro che è “un piccolo poema tridimensionale fatto con solo poche cose”. Un piccolo poema ben articolato e organico. L’opera di Mark Manders si offre a diverse aperture interpretative, abbastanza problematiche e complesse da esigere differenti discipline per problematizzare il suo linguaggio, che si fa tradurre e tradire con l’aiuto di diversi campi disciplinari, fra queste l’antropologia culturale. L’uomo e la sua proiezione nel mondo per Manders è il paradigma olistico e l’emblema su cui riflettere. Cerco di decifrarne il senso, d’immergermi in una credenza, in storie possibili alla fine. Come interpretare questo poema che visivamente sembra portarci in un passato remoto dell’uomo, almeno per la plasticità classica della figura, frammento di un passato che ancora si sporge sul futuro?  Su tutto emerge l’instabilità visivamente vibrante di emergenze costruttive dialoganti con la gravità e una materia che si fa sentire. Con questo espediente forse il lavoro di Manders chiude effettivamente lo iato tra i due poli del tempo e dello spazio e ci dice di ciò che c’è alla fine di tutto. Con alcune evocative sentenze ricorrenti: tra cui leggo anche l’istanza del presagio, lì sullo sfondo del lavoro, un risvolto d’inquietudine e di smarrimento psicologico che ritrovo anche in altre sue opere. E poi c’è quel mind del titolo: Mind Study. In Manders le cose prendono la forma di possibilità, per via dell’attenzione mirata su soggetti introspettivi e per quell’atteggiamento poietico che fa si che il dispositivo dello “studio - come indagine attorno a -” lasci intravedere emergenze creative concretizzate in forme sospese nel tempo, con sculture-architetture immaginarie che rispecchiano un reale psicotico, proiezioni e personificazioni di pensieri feticcio. Sul piano del grande tavolo non c’è nulla da guardare, ma senza quel vuoto tutto ciò che gli gira attorno e di lato sarebbe invisibile. E se una gamba sola, trattiene -sono importanti per la tensione visiva, anche le sottili linee che si sviluppano in diagonale a collegare la figura e l’articolata costruzione plastica- il corpo menomato al bordo del piano, è perché ciò basta. Basta a raccogliere in quel punto tutta una tensione plastica e visiva che genera apprensione, che è attesa e agitazione, una strana agitazione, ma anche prensione della cosa, desiderio di possederla. Manders predispone un atto dell’immaginazione che riunisce il molteplice dell’intuizione sensibile. Lui cerca di portarci lì, lasciandoci in bilico sull’enigma, con giusto un po’ di margine per il nostro pensiero che cerca di essere partecipe della costruzione della cosa, per immaginarlo e crederlo (il Manders stesso) come un kybernétes  sul ponte di comando nell’atto di pilotare la nave per condurci da qualche parte vicino all’Ade.

Basta crederci.

 


oO o Oo?

Territori instabili

di ERMANNO CRISTINI

 

Una specie di scooter è appoggiato distrattamente ad una parete lungo il corridoio interno di una palestra. Ma lo scooter è in cemento armato esattamente come la parete. E poi non è proprio uno scooter, è un’evocazione, quello che gli inglesi direbbero “to seem”: un “sembra”, capace però di più impressione.

E mi è rimasto impresso perché non si è fatto annunciare. Incontrato per caso nel periplo di uno spazio normalmente estraneo all’arte, chiedeva di essere scoperto. Come le altre opere presenti nel padiglione Cipriota-Lituano che si è insediato nella palestra della città.

Non ricordo di chi sia il lavoro, ma forse è davvero poco importante perché in questo caso le singole opere in realtà appaiono come i componenti di un’unica entità: il padiglione nel suo insieme, che è la vera opera. Sempre nelle mostre riuscite le opere si relazionano tra loro per generare l’organismo mostra, ma qui in particolare l’intersezione, gli scivolamenti e le sovrapposizioni sono talmente forti da diventare l’opera vera e propria.

Mi interessano sempre di più le cose in cui non si sa bene chi fa cosa. E mi interessano sempre di più le cose che si danno nella forma di sistemi complessi, che fanno vacillare le etichette disciplinari e gli statuti formali.  Quattordici artisti, due commissari e un curatore hanno provato a confondersi, vercando i confini dei loro paesi per varcare i confini dei loro ruoli. Oo è un organismo fluido, un processo negoziale, una rete di relazioni, un inciampo istituzionale.  Perché oO è anche Oo, inafferrabile e dunque finalmente poetico.

E gli “oggetti”, vivendo della propria “discrezione”, trascendono gli oggetti e danno luogo ad un’opera che tratteggia lo spazio di un nuovo statuto.

oO o Oo è un’opera intrigante perché forse contiene la prospettiva di una nuova autorialità, che non si stempera nel collettivo inseguendo un poco fecondo anonimato ma che si afferma nel confronto senza abdicare mai alla propria individualità. Anzi, trova nell’altro l’affermazione del sé, e il sé nell’affermazione dell’altro, entro una diversa geografia di territori instabili: oO o Oo ?

 



ALICE CHANNER

di SERGIO BREVIARIO

 

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Chissà cosa centrano questi lavori con il Palazzo...

Non so di chi siano ma sicuramente sono le opere di un ex frequentatore di scuole d’arte. Sono figlie del nostro modo di pensare, di fare, di sentirci raffinati e puliti, nobili d’animo e propositivi. Sono leggere come seta (forse lo sono, di seta), verticali e orizzontali. Hanno parti in marmo come nella migliore tradizione, parti specchianti abbinate a colori sgargianti ed eleganti. Mi fanno stare bene come una visita pomeridiana a Paestum, come guardare le vivaci impalcature rosse che circondano la verde figura di Napoleone nel cortile di Brera. 

Forse sono qui per darci una boccata d’aria, per farci riconoscere allo specchio, oppure per evidenziare un contrasto tra una professionalità dichiarata e colta, uscita dalla pancia della classicità e....

Ma non mi importa: queste opere mi piacciono e non ho voglia di domandarmi per troppo tempo il perché siano qui, ci sono e questo mi basta. Sono belle, sono rassicuranti non portano i segni del complesso di originalità, sono fatte seguendo la loro natura. Vado avanti nel mio cammino senza soluzione di continuità, dopo aver respirato profondamente essendomi riconosciuto parte di qualcosa.

 


POSTER

Il nome dell’autore

di JEAN MARIE REYNIER

Di preciso non ricordo il nome dell’autore, ma quell’opera alle Scuderie mi ha proprio colpito.

A vederla da lontano sembrava un ammasso di forme eteroclito, anche poco estetico, poi avvicinandosi ci si rendeva conto che quell’ammasso non erano altro che lettere dell’alfabeto tagliate nel legno. Insomma, come la minestrina con l’alfabeto.

Le piccole sagome erano tutte della stessa dimensione, circa 30cm di altezza. Un po’ come i vecchi caratteri tipografici da poster. La massa era tutta dipinta di bianco-crema, proprio come la minestrina. A dare quell’impressione eterogenea due video che erano proiettati sulla montagna semantica: l’abbecedario di Deleuze da un lato e le 120 giornate di Pasolini dall’altro. Gli elementi video si mischiavano negli spazi vuoti in un modo estremamente armonioso. Calcolando che la struttura faceva almeno due metri di altezza con una base di tre metri quadrati ci saranno state almeno mille lettere.

Un lavoro un po’ retorico forse, ma dal mio punto di vista abbastanza giusto nell’insieme curatoriale. Un po’ pedagogico nel voler mostrare due utilizzi impliciti della parola, forse anche più di due.

Insomma, un opera completa sia a livello plastico che semiologico.

Se qualcuno si ricorda l’autore me lo comunichi, non trovo più i miei appunti.


ALTROVE

di ALESSANDRO CASTIGLIONI

 

Trovarsi a Venezia, e pensare di essere altrove.

Visitare la Biennale in pieno agosto è un’esperienza straniante, come stare in un quadro di De Chirico.

Passeggiamo e questo pavimento rinascimentale è del tutto inatteso.

Un po’ come guardare le stelle in una piccola stanza buia.